Dante e le arti del mare

Leggendo con attenzione la Divina Commedia, ci si accorge che l’autore si muove agevolmente in un orizzonte culturale in cui sono presenti nozioni di matematica, geometria euclidea, fisica, astronomia, ottica, geografia e meteorologia. Dante, in altre parole, riflette il tipico sapere enciclopedico medievale.

La Commedia descrive un viaggio tra Inferno, Purgatorio e Paradiso che, per natura e definizione, è molto simile a un passaggio via mare, con quel tanto di stupore e meraviglia che ogni navigazione si porta dietro, per cui non deve sorprendere che, nella poesia di Dante, il mare, le navi e l’arte della navigazione siano molto presenti con funzioni e significati sia reali che simbolici.

Ciò che il poeta conosceva del mondo marittimo era in parte di seconda mano, mediato da quanto aveva potuto apprendere dalla lettura dei testi classici contenenti racconti di viaggi per mare o battaglie navali, ma in larga parte era frutto di acquisizioni personali, sia attraverso l’osservazione diretta di navi, porti e arsenali, sia attraverso contatti con uomini pratici di navigazione, patroni, marinai, pescatori. In più egli poté giovarsi dell’esperienza diretta di alcune “crociere”, compiute specialmente nel periodo dell’esilio, durante le quali osservò con i propri occhi avidi di conoscenza e immagazzinò nella ferrea memoria le manovre delle navi quando salpavano o gettavano le ancore,

spiegavano o riducevano la velatura, azionavano o fermavano il “palamento” (l’insieme dei remi), eseguivano delle accostate a dritta o a sinistra, ricavandone delle emozioni indelebili, destinate a essere tradotte in parole immortali.

sì come, per cessar fatica o rischio, li remi, pria nell’acqua ripercossi, tutti si posan al sonar d’un fischio. (Paradiso, XXV, 133-135)

Descrizione perfetta della manovra di rallentamento di una galea sottile “trireme”, ossia con tre ordini di remi per banco, di lunghezze differenti, ciascuno dei quali manovrato da un solo uomo, come in uso nel Mediterraneo all’inizio del Trecento (voga alla “sensile”). Al comando del “comito” (“Leva remi!”), il responsabile delle manovre, tutti i vogatori sollevavano dall’acqua i loro remi, li tiravano entrobordo (“Rientra remi!”), sempre in posizione obliqua, con le pale rivolte verso l’alto e sollevate di poco, mentre i gironi venivano inseriti in appositi anelli di sostegno (frenelli) o trattenuti da stroppi, sicché le aste protese oltre le fiancate formavano due grandi ventagli, mentre la galea perdeva l’abbrivio. Il comando veniva impartito per due ragioni: o stanchezza fisica dovuta a un lungo tragitto a “voga arrancata”, per un inseguimento o uno speronamento, per cui la “ciurma” (l’insieme dei vogatori, fossero essi “buonavoglia”, ossia volontari stipendiati – la maggioranza negli equipaggi medievali -, forzati, ossia condannati al remo per reati comuni, o schiavi, in genere nemici catturati in battaglia e messi a vogare per un certo numero di anni, sino al loro riscatto) necessitava di riposo prima di poter riprendere a vogare normalmente, a voga lunga o corta, oppure a causa del pericolo di collisione o d’incaglio, per cui si cercava di evitare lo scontro o di ridurre la forza dell’impatto.

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DANTE E LE ARTI DEL MARE

 

Presentato da Romano Pisciotti

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