Haggi Statti

PRESENTATO DA ROMANO PISCIOTTI
Riviviamo i momenti di quel 4 agosto del 1913: nel tardo pomeriggio,la corazzata italiana di prima classe”Regina Margherita” s’appresta ad ancorare nella baia di Pegadia all’isola di Scarpanto, tra Rodi e Creta, nell’Egeo.
Per la nostra unità si tratta di una delle ultime tappe che l’avevano portata ad affiancare le operazioni delle truppe in Libia, conquistate con la vittoria della guerra del 1911 contro l’impero Ottomano.
La nave avanza lentamente quando il comandante decide di gettare l’ancora, il sottocapo addetto alle misurazioni da un po’ rileva circa 30 metri di profondità. E’ questione di attimi, la catena fila velocemente giú senza che sembri toccare mai il fondo.
Un testimone oculare, Vittorio Pozzo, giornalista (e poi ‘commissario tecnico’ della nazionale italiana di calcio campione del mondo nel 1934 e nel 1938) cosí descrive gli avvenimenti: “Un uragano di polvere rugginosa copriva la coperta, inutili risultavano i tentativi dei maestro d’ascia di far agire lo strozzatoio: la catena, che scendeva in mare serpeggiando fragorosamente a velocità pazzesca, si esaurì.
Il maniglione, strappato per il contraccolpo dal pozzo delle catene, raggiunse la coperta e, liberatosi dal tamburo dei verricello, colpì il comandante in seconda, capitano di fregata Proly, e i gabbieri schierati ai posti di manovra; sfiorò la testa dei guardiamarina Al Jack e, infilata la cubia, scompariva in mare. Ancora e catena erano perdute! Il sangue scorreva in coperta: una decina di uomini giacevano lamentandosi. Il comandante era morto sul colpo!”.
A bordo c’è sgomento, ci si appresta a portare soccorso ai feriti, viene allestita la camera ardente per il comandante rimasto ucciso, ci si consulta per il recupero dell’ancora, preoccupandosi per lo scherno che i marinai riceveranno al ritorno a casa, e si cerca di dare una ragiona all’accaduto: la nave, mentre l’ancora cominciava a scendere, per abbrivio ha superato la verticale di un gradino che sprofonda rapidamente…

La nave Margherita

La voce dell’incidente si è sparsa e un singolare personaggio di nome Haggi Statti, pescatore di spugne di quei mari si offre per aiutare i marinai Italiani. Quest’uomo dice di essere in grado di ripescare l’ancora, incastrando un cavo sulla catena, assicura di aver raggiunto in passato -110 metri e di poter resistere, a -30 metri, fino a 7 minuti. …. Incredibile!

Una volta scandagliato il fondo ci si accorge che questi scende rapidamente dai -64 ai -85 metri. Gli amici che accompagnano il pescatore sono convinti che ce la farà.
La tecnica usata da Statti è per quei tempi ingegnosa e molto simile a quella usata per il raggiungimento dei record attuali: prima dell’immersione Haggi si terge la bocca e le cavità nasali con acqua salata ed effettua una iperventilazione.
Haggi Statti si immerge portando con se una pietra di ardesia, piatta e squadrata, del peso di 14,5 Kg., legata ad una cimetta che viene filata da due assistenti in barca.

Il sommozzatore ha il polso sinistro collegato con una sagola alla pietra e con una ridancia entro cui la cima scorre libera. Scendendo, tiene la pietra stretta fra le mani, come un timone di direzione, l’adagia sul fondo per poter lavorare e avere comunque un punto di riferimento e di ancoraggio; per risalire, dà uno strattone e si assicura alla pietra che gli amici, dalla barca, recuperano a grandi bracciate. Da quanto si capisce non compensa. Non indossa né maschera né pinne.
La profondità a cui giace l’ancora, pero, non gli deve essere così familiare, in quanto Statti passa il primo giorno ad allenarsi a quote sempre più crescenti…..

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