UN’EPOPEA DIMENTICATA

“Quando stai per rinunciare, quando senti che la vita è stata troppo dura con te, ricordati chi sei: un marinaio di una volta. Ricorda il tuo sogno“.

 

Nessun marinaio, dopo il suo turno di guardia trascorso in massacrante lavoro, si butta a dormire tanto stanco da non togliersi i vestiti bagnati fradici per venir magari, poco dopo, richiamato in coperta per improvvise emergenze perden­do preziose ore di sonno; nessun marinaio, dopo pochi giorni di navigazione in alto mare, mangia solo carne salata e galletta infestata dai parassiti con il rischio dello scorbuto; nessuno beve acqua rigorosamente razionata e per di più andata a male; nessuno viene a trovarsi in posizione di rischiare la vita in alto su alberi oscillanti, pennoni scivolosi e vele gonfie di tempesta manovrandole proprio per salvarsi la vita; nessuno si presta ai faticosi lavori di carico e scarico propri delle compagnie portuali o agli impegnativi lavori di raddobbo da cantiere richiesti all’equipaggio per risparmiare le relative spese; nessuno passa mesi e mesi lontano da terra con intorno soltanto sconfinate distese di cielo e di mare troppo spesso imbronciate quando non burrascose; nessuno è pagato tanto poco per fare una vita tanto irta di pericoli, stenti e sacrifici. Non al giorno d’oggi.

Eppure qualcuno c’è stato in un passato non tanto lontano, anzi più d’uno. Erano i marinai di una volta, quelli dei velieri di lungo corso, del Capo Horn, una razza marina che si stenta a credere sia esistita ed abbia potuto resistere a situazioni del genere.

 

Non per niente un antico detto recitava che gli uomini si dividevano in tre categorie: i vivi, i morti e coloro che andavano per mare.

 

Non sarà mai abbastanza riconosciuto quanto merito, a beneficio del progres­so e della civiltà affermatasi tra la seconda metà del 1800 e i primi decenni del 1900, ha rivestito il servizio prestato dalla gente della marineria velica nei percorsi oceanici più lunghi e sperduti dall’Europa all’Australia, all’Oceania e alle coste occidentali delle Americhe, con l’obbligato passaggio del leggendario Capo Horn, o scapolando il Capo di Buona Speranza o i capi della Nuova Zelanda. Percorsi tanto lunghi che le navi a vapore, le quali avevano sottratto ai velieri i ricchi traffici misti viciniori, non potevano ancora affrontare per ragioni di autonomia e mancan­za di punti di carbonamento. Ma la marineria velica era giunta, dopo tanti secoli, ai suoi ultimi anni di attività cercando di adeguarsi ai nuovi tempi passando dalle costruzioni in legno a quelle in ferro che rendevano possibile l’aumento della portata di stiva, rinunciando infine al fattore velocità e conseguentemente diminuendo all’osso il numero dei marinai e degli ufficiali, pochi uomini impiegati perciò senza requie, con disciplina e impegno quanto mai incombenti, imposti talora con la forza, con le vie di fatto accettate comunque perché s’era sempre fatto così, come manifestazione incontrastabile e rituale.

 

Si giungeva così all’ultimo periodo di un’attività che il progresso stava rapidamente eliminando.

 

https://www.cherini.eu/cherini/Marineria/Index.htm

 

Presentato da Romano Pisciotti

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